DA NON PERDERE LA MOSTRA “GIORGIO DE CHIRICO E LA NEOMETAFISICA” A CURA DI VITTORIO SGARBI

Da non perdere la mostra “Giorgio De Chirico e la Neometafisica” a cura di Vittorio Sgarbi, allestita ad Osimo, Palazzo Campana, fino a Novembre 2018.

 

Qualche riflessione su Giorgio De Chirico.

Una pittura senza tempo, tra Nietzsche e Bocklin.

L’importanza di Giorgio De Chirico nell’arte contemporanea nasce principalmente dall’essere il precursore delle più grandi avanguardie del Novecento, come il Dada e il Surrealismo, ma anche del Realismo magico e infine della Pop Art. La portata innovativa della sua poetica riguarda principalmente le sue ricerche nei territori dell’inconscio, del prelogico e di quella che nel 1916, insieme a Carlo Carrà, definì “Pittura metafisica”. Il termine, già coniato da Giovanni Papini nel 1904, indica la descrizione di una realtà che va oltre le apparenze sensibili. Nato in Grecia a Vólos, nel 1888, De Chirico si trasferì presto in Italia, quindi a Monaco di Baviera nel 1910, dove iniziò gli studi artistici e filosofici, soprattutto del pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche, nonché della pittura di Arnold Bocklin, con il dipinto “L’isola dei morti” dal quale trasse grande ispirazione, specie per l’atmosfera di mistero silente e di staticità che avvolge la scena, ma anche per le proprietà di suggestione simbolista. Gli scritti dei due filosofi e l’opera del pittore di Basilea si situano alla base di quelle che saranno per De Chirico le concezioni artistiche della Pittura metafisica. Ad avergli inoculato la passione per il genere fu certamente la ricorrenza del pensiero nietzschiano, con il cui ideatore egli condivise le tematiche dell’identità indefinita, univoca e plurima ad un tempo, insieme al senso di mistero e di malinconia che caratterizzeranno a partire da quegli anni e per sempre la texture e l’impianto dei suoi lavori. Ma con Nietzsche, De Chirico, condivise anche l’idea della “grecità” come culla della cultura di Occidente, quel momento perfetto ed irripetibile nel tempo in cui erano stati affrontati tutti i grandi temi dell’umanità. La coerenza ideologica e di pensiero così sviluppatasi si coglie nelle continue citazioni di statue, busti e reperti della Grecia Antica, presenti in quasi ogni sua opera. L’omaggio alla filosofia nietzschiana cominciò a trasparire nelle opere di De Chirico sin dai dipinti dei primi anni del Novecento, eseguiti tra Firenze e Parigi, come “L’enigma dell’oracolo” (1910), “Canto d’amore” (1914), “Guillaume Apollinaire” (1914), per esempio, dove ricorrono scorci urbani avvolti da atmosfere arcane, caratterizzate da figure statiche, talvolta da ombre prive di ambientazione storica, come a voler suggerire che la scena si svolge fuori dal tempo. Nella tela, in sintesi, confluiscono elementi riconducibili a periodi differenti, temporalmente lontani l’uno dall’altro, che vanno dall’antichità classica al Medioevo, dal Rinascimento al Novecento, in un passaggio indefinito e indefinibile, dove il passato si fonde con il presente. La pittura metafisica cominciò a maturare nel periodo ferrarese, tra il 1915 e il 1918, quando De Chirico dipinge quadri come “Enigma di un pomeriggio d’autunno” ed “Ettore e Andromaca“. In questa fase si assiste ad una più matura messa a punto del pensiero di Nietzsche, che consiste essenzialmente nel senso di negazione del tempo e dell’uomo. In queste immagini, così come poi avverrà nelle celebri “Muse inquietanti” (1916), la figura umana non compare se non sotto forma di manichino, di statua, di automa, in definitiva mai come soggetto, con una vita interiore, ma come oggetto. Se in origine le figure erano ombre sfuggenti, talvolta minuscole sagome in lontananza, ora diventano corpi solidi, strutturati, ipertrofici, ma assolutamente privi di movimento. La dimensione temporale viene ancora più stravolta in ambientazioni enigmatiche, quasi oniriche. A contribuire a questi nuovi esiti metafisici non fu soltanto l’influsso del pensiero di Nietzsche, ma anche la dura polemica del Maestro contro l’Avanguardia Futuristica, dove protagonisti erano la velocità e il progresso tecnologico. Se nelle opere dei futuristi ogni corpo e figura è in pieno movimento, ambientati in rappresentazioni urbane moderne e ordinate, dai tratti marcatamente verticali come il razionalismo del momento impone, nei quadri di De Chirico accade l’esatto contrario. Come poi avverrà nella serie delle “Piazze d’Italia” nulla traspare di una reale vitalità o descrizione della vita cittadina, ma l’immagine costruita per conferire all’opera una sensazione di irrealtà, per proporsi come la rappresentazione dello spazio psichico che, a differenza di quello razionale e reale, non segue un coerente flusso temporale, ma rimane comunque sospeso in una realtà “altra”. Quella profonda e affascinante del Modernismo.

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