PAOLO BORASI

Biografia di Paolo Borasi

Nasce autodidatta nel 1957 e alla fine degli anni 60 e negli anni 70, nella temperie culturale della Milano artistica di quel periodo conosce e frequenta, tra gli altri, Giovanni Testori, Giuseppe Ajmone e Walter Lazzaro, dai quali riceve enormi insegnamenti e incoraggiamenti. Nel 1978 è la sua prima mostra personale al Centro Valori di via Lattuada a Milano. Nel 1984 la rivista Arte di Giorgio Mondadori indice il Premio Cerchiamo il pittore sconosciuto e su duemila partecipanti Paolo Borasi ottiene la vittoria con il quadro Covoni di grano, elogiato tra gli altri da Giuseppe Baj, facente parte della giuria. Nel frattempo, per problemi legati alla Farmacia di famiglia, Borasi decide di assumerne la direzione a tempo pieno, incarico che ricopre ancora attualmente e che gli da modo di assistere dal vivo alla Comedie Humaine della clientela più varia. Non a caso, molto più avanti, si dedicherà al teatro come scrittore e come attore. Continua a dipingere avendo sempre come obiettivo l’impossibile fusione tra figurativo e astratto. Gran parte dei suoi quadri, in questo periodo, vengono regalati o perduti. Venuto a conoscenza delle immense possibilità che offre la rete internet, decide di mettere in comune parte della sua produzione, che comprende oltre a dipinti e sculture, anche recupero materiali destinati alla distruzione, vasi di cristallo ecc.. Particolare interesse ha per lui la scoperta dei pannelli a Led e la pittura su vetro, che offrono la possibilità di avere una illuminazione interna, usando una pittura trasparente, anche in assenza di elettricità. Frequenta negli anni 90 un corso di trompe l’oeil, che  contribuisce a rendere teatrale ed immaginaria la sua arte.

 

CONTATTI

 

LEGGI LA RECENSIONE CRITICA A CURA DI ELENA GOLLINI

 

INTERVISTA ALL’ARTISTA – a cura di Elena Gollini

D: Una riflessione sul concetto di forza comunicativa;
La comunicazione sarà tanto più efficace quanto sarà il più possibile precisa. Anche nelle sfumature e nelle indecisioni. Idealmente allievo di Kandinsky (Lo spirituale nell’arte, punto linea e superfici e) concepisco la comunicazione come un attacco al sistema limbico cerebrale, che sovrintende alle emozioni nei pressi del luogo dove Cartesio situava l’anima, compiuto con armi immaginarie ed immateriali: un intervento chirurgico senza bisturi, insomma un’equazione esatta anche se irrisolvibile. Solo se c’è questo può forse funzionare la (potenza della) comunicazione. (Tradotto banalmente: un immagine od una poesia valgono più di tanti discorsi).

D: Come definiresti il tuo stile creativo usando tre parole?
R: Vario, nel senso che cerco di usare lo stile come un veicolo per arrivare forse dove voglio o dove ho paura di arrivare. Quindi i miei quadri non hanno uno “stile” e sembrano ciascuno fatto da una persona diversa. La personalità multipla bipolare e schizoide può forse essere il mio tratto distintivo. Il mio lontano passato di chierichetto mi impedisce di sputare sulla tela o bestemmiarla, ma nulla esclude che lo possa fare in futuro. Apprezzo il taglio di Fontana ed il dito medio di Cattelan, ma sono al momento troppo vile per osare fino a tali segni.
Coloristico: torniamo a Kandinsky che cercava sempre la “forma del colore” ed il numero della sua grandezza per definirne l’impatto sull’anima. Ho fatto il mio primo quadro in bianco e nero, ma le vibrazioni di un bianco e di un nero e di un grigio sono infinite, quindi una scatola di tubetti di colore pieni, casualmente ne ho diverse, per me è l’universo intero con le sue infinite possibilità.
Letterario: ogni mio quadro può sfumarsi alla fine, spero, in un’opera letteraria o musicale: in soldoni, tanto per essere megalomane, anche se non vorrei finire in manicomio, opera di Montale, Piero della Francesca, Leopardi, Botticelli, Dante, Proust, Mozart (ma ho paura a scriverlo), Shakespeare(sempre paura paura), Fabrizio De Andrè, P.G. Wodehouse, Pollock, Pavese, o le pitture rupestri del Colorado. Insomma si prega chi legge queste righe di non chiamare gli assistenti sociali e gli psichiatri per farmi rinchiudere in una cella imbottita o peggio in una casa famiglia.

D: Quali sono i tuoi progetti di ricerca per il 2020?
R: Per quanto riguarda la mia ricerca nell’anno nuovo, a questa sagra delle banalità che sto scrivendo intendo aggiungere anche questa: le più grandi scoperte, la penicillina e la mela di Newton, per citarne solo due, sono state frutto del caso o della volontà di Dio. Comparse misteriosamente. Senza preavviso. Così farò sempre più mio il vecchio adagfo Yiddish: “Gli uomini fanno progetti, Dio ride” insomma darò maggiore spazio al mio emisfero cerebrale destro, che lavora quando vuole, o piuttosto che a quello sinistro che lavora quando deve. Magari faro un dipinto, una scultura, una cravatta, magari cento, oppure faro niente di niente.

 

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