GIULIA PICCARRETA

Biografia di Giulia Piccarreta

Da piccola ha sempre potuto, complici mamma paziente e papà pittore, sporcarsi e sperimentare coi colori senza nessun limite, neppure quello delle pareti imbiancate. Ha sempre avuto a disposizione tele, pennelli e colori d’ogni tipo, ma il suo grande amore era la grafite, con la quale ha tutt’ora un rapporto conflittuale, che nel tempo le ha permesso di apprezzare e rappresentare l’anatomia umana, soprattutto quella femminile. Crescendo ha frequentato il liceo artistico, a Genova, tra grandi soddisfazioni ed enormi delusioni. Indecisa sul futuro, finendo il liceo si trova a frequentare un istituto privato, dove capisce che modellismo e figurinismo decisamente non fanno per lei. Assorbe quello che può dall’anno frequentato, e cambia strada: Accademia di Belle Arti. Sceglie l’indirizzo Graphic Design, che ai tempi si chiamava Progettazione artistica per l’impresa, e scopre che le piace moltissimo l’illustrazione digitale, nella quale però ha fortissimi limiti. La sua tesi sarà un libro per bimbi dislessici sulla storia dell’arte, un progetto pretenzioso che non l’ha mai soddisfatta pienamente. Per questioni meramente personali accantona il percorso artistico per qualche anno, delusa da se stessa e sempre pronta al confronto con altri illustratori bravissimi. Colpa del capricorno nichilista che è in lei. Riprende in mano la matita. Disegna tantissimo. Viene a conoscenza del collettivo Stamina, che le permette di realizzare i Tarocchi dello Scazzo e di rientrare in contatto con la sua io illustratrice. Grazie a questo progetto fondamentalmente personale la sua verve si riaccende, e trova lo stimolo per andare avanti. Fa diversi lavori per anni, progetta blog, realizza app, illustra e-book e libri per bimbi senza mai prendere troppo sul serio quello che qualcuno chiamerebbe il suo “talento”. Ad oggi, ha messo in discussione la sua intera vita e l’illustrazione e il design di stoffe – pattern – sono praticamente tutto quello che fa.

 

CONTATTI

 

INTERVISTA ALL’ARTISTA – A cura di Elena Gollini

D: Come definiresti il tuo stile espressivo usando tre parole chiave e motivandole?
R: Introspettivo, schietto, chiaro. L’introspezione fa parte del mio essere – come persona, non come artista – fin da piccina. Ho amato contemplare le persone e i loro disagi più o meno apparenti anche in tempi non sospetti. Ovviamente questo si è riversato su me stessa, trasformandomi nel mio più cattivo detrattore, crescendo. Cerco, o magari mi riesce inevitabilmente, di risultare quasi ovvia, per determinati fastidi che fanno parte del nostro quotidiano e che scelgo di rappresentare, come nella serie I Tarocchi dello Scazzo (realizzati per una collaborazione con Stamina Comics, fanzine genovese).
Paure, dubbi e annichilimenti generazionali m’affascinano, e cerco di trasformarli in immagini quasi didascaliche, che siano di facile comprensione e nelle quali qualsiasi persona con gli stessi timori o pensieri si possa trovare.

D: Una tua riflessione sul concetto di ispirazione creativa.
R: Il terrore. Un terrore fondamentale. Ho spesso affrontato momenti in cui s’è azzerata, per un motivo o per l’altro, e nei quali ho dovuto semplicemente posare la matita e girarmi dall’altra parte. La ritengo indispensabile e sfuggente, e diffido di coloro i quali riescono a farne a meno per lavorare meccanicamente.

D: Come stai improntando la tua ricerca artistica?
R: In maniera totalizzante. Ho investito tutto il mio tempo e parte del mio denaro in questa perpetua crescita personale, che vorrei diventasse il mio lavoro. Sperimento: mi sto appassionando del design di stoffe, un mondo che mai avevo esplorato e ho scoperto piacermi tantissimo. Ho la fortuna, al momento, di vivere fra Liguria, Piemonte e Toscana, e cerco di trarre il meglio e il peggio da qualsiasi luogo, per poter avere nuovi spunti e riflessioni sui quali basarmi per i miei disegni/pattern/lavori. Spaventa, ma è soddisfacente, ed è soprattutto quello che ho sempre voluto fare: osservare, costruire, viverne.

 

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