VALERIA “VERDEVOLPE” CAVALLINI

Biografia di Valeria “Verdevolpe” Cavallini

Nata in una casa piena di libri e di quadri, Valeria Cavallini è cresciuta amando le storie, la lettura, la scrittura, il disegno e la pittura. I suoi studi hanno intrecciato i suoi interessi: prima Liceo Classico, poi Accademia di Belle Arti a Bologna, con una specializzazione in Illustrazione per l’editoria. Terminati gli studi accademici, ha sempre continuato a seguire corsi di approfondimento e perfezionamento di illustrazione e scrittura tenuti da grandi professionisti del settore. Nel 2019 ha frequentato il corso di Produzioni Audiovisive e Multimediali per Bambini e Ragazzi presso Bottega Finzioni, scuola specialistica di scrittura e sceneggiatura di Bologna, da cui è stata selezionata per partecipare, nel 2020, al Corso Avanzato. Negli anni ha preso parte ad alcune mostre collettive in Italia e all’estero. Lavora come illustratrice, autrice, supplente di Arte e Immagine alle scuole medie e come insegnante privata di illustrazione e legatoria artigianale.

 

CONTATTI

 

INTERVISTA ALL’ARTISTA – a cura di Elena Gollini

D: Come definiresti il tuo stile espressivo usando tre parole chiave e motivandole?
R: Domanda difficile, non ho hai riflettuto sul mio lavoro in questi termini. Però, nel complesso, definirei il mio stile Narrativo, Riflessivo, Mancante.
“Narrativo” credo sia la parola chiave più importante, per me. Sono principalmente un’illustratrice e questo significa che ogni immagine che creo vuole raccontare qualcosa. C’è sempre una storia, a volte anche minima, appena suggerita, nei miei lavori. Anche quando sono concepiti come singole immagini e non come una serie di illustrazioni che accompagnano un racconto scritto, i miei disegni cercano di evocare un mondo narrativo, una situazione, un concetto, un prima e un dopo rispetto al frammento di tempo che ho colto: sono tutti possibili inneschi per invitare chi guarda a partecipare all’opera, a completarne il senso con la propria interpretazione, a immaginare e a porsi domande.
“Riflessivo” è un concetto che, riferito al mio lavoro, ha un duplice significato. Da un lato, definirei il mio stile riflessivo perché ogni immagine definitiva è il frutto di un lungo lavoro di progettazione, in cui, attraverso varie prove, decido la composizione, la palette di colori, la stilizzazione delle forme. Solo dopo, quando ho chiaro cosa andrò a mettere sul foglio, subentra la parte istintiva, nell’uso più immediato della tecnica che ho scelto. Dall’altro lato, il mio modo di lavorare è riflessivo anche perché, attraverso il disegno, esploro vari aspetti di me e della mia sensibilità, sperando di restituire, in questo modo, immagini che invitino all’indagine e alla riflessione anche chi le osserva.
Infine, per lasciare spazio alle domande del fruitore, per far sì che sia il suo sguardo a completare il senso delle mie opere, devo sempre stare attenta a non inserire troppo, a non rendere tutto quello che voglio esprimere perfettamente visibile, a togliere più che ad aggiungere, per non saturare con la mia esclusiva visione quello che esce dalle mie mani. Per questo è importante che il risultato finale sia “Mancante” perché la sua completezza deve scaturire dall’incontro con chi lo guarderà.

D: Una tua riflessione sul concetto di vocazione artistica
R: Credo che la vocazione artistica, intesa in senso lato, sia insita in ogni essere umano. Ci appropriamo del senso del mondo e del senso delle nostre vite, raccontando storie. Senza la narrazione, non saremmo capaci di dare un ordine al caos che ci circonda. Che poi il racconto lo si faccia attraverso la scrittura, il disegno, la musica, le arti performative o plastiche, o attraverso gli aneddoti che raccontiamo quotidianamente ai nostri simili, poco importa: creiamo per capire, per capirci. Per dare una forma all’invisibile, un’espressione all’ineffabile, rispondendo a un bisogno istintivo e primario.

D: Come stai improntando la tua ricerca artistica in questo anno?
R: In diverse direzioni. Sto approfondendo la mia ricerca su un linguaggio figurativo specifico per i libri per bambini, ma sto anche lavorando per trovare uno stile di disegno trasversale, che parli a grandi e piccoli con la stessa forza. Sto approfondendo diverse tecniche: monotipia abbinata al collage, acquerello, inchiostri e tecniche miste. Oltre al disegno figurativo, che è il mio pane quotidiano, sto iniziando a sperimentare con l’astrazione: vorrei diventare capace di portare avanti narrazioni in cui siano solo forme e colori a parlare attraverso le loro giustapposizioni e relazioni reciproche, senza dover raffigurare un soggetto. Lo trovo un linguaggio molto complicato da gestire in un modo che mi soddisfi davvero e questo è un ottimo motivo per proseguire con i tentativi.

 

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