QUALCHE RIFLESSIONE SUL FUTURISMO COME ESALTAZIONE DEL MOVIMENTO

Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità“. Con questa frase, nel 1909, il poeta Tommaso Marinetti indicò uno dei principi fondanti del Manifesto del Futurismo. La corrente, nata intorno ai primi anni del Novecento a Parigi, ha poi permesso a molti artisti italiani di inserirsi nel contesto delle avanguardie internazionali e di conferire una nuova linfa vitale al momento d’impasse originato dal Decadentismo. Un gruppo di artisti, in origine l’uno sconosciuto all’altro, come Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini e Giacomo Balla diventano quindi interpreti di una poetica innovativa secondo forme espressive differenti, ma tutte incentrate su una stessa matrice culturale: l’esaltazione del movimento. Nelle loro opere l’automobile diventa il soggetto più amato, grazie alle sue facoltà di variare i ritmi di vita, di comprimere il tempo, di accelerare determinati accadimenti, di rendere palesi le progressioni legate alla velocità e alla trasformazione del paesaggio urbano. La macchina, dunque, viene esaltata come un’icona quasi mistica, capace di segnare il passaggio da una fase ancorata al passato ad un’altra, celere e tecnologica. In opere come “Movimento di un cagnolino al guinzaglio” e “Velocità di motocicletta” per esempio, il romano Giacomo Balla da vita ad una rappresentazione dinamica dello spazio, dove la compenetrazione di linee e colori esalta il senso visivo del movimento. Questa passione per la velocità prende le mosse dal contesto storico dell’epoca, segnato da un cambiamento irreversibile: la mutazione del circostante, attraverso il quale lo spazio diventa teatro e territorio di percorsi non creati dal cammino dell’uomo, ma dallo scorrere dei pneumatici. Le idilliache vedute paesistiche dei grandi impressionisti francesi e dei pittori del Romanticismo ottocentesco vengono travolte da una nuova ideologia estetica, che vede irrompere la tecnologia nell’opera d’arte: automobili che si trasformano in bolidi, motori rombanti, frenetiche ambientazioni urbane e rapide traiettorie, sono le tematiche della corrente futurista che inesorabilmente si sostituiscono alle immagini tradizionali. Ai paesaggi arcadici ed evocativi vengono preferiti nuovi adattamenti scenici che interpretano più da vicino lo spirito del movimento, segnato irreversibilmente dal progresso e da cadenze di vita iperdinamiche come mai in precedenza rappresentate: il futuro è nel presente e transita soprattutto attraverso l’arte, e si fa interprete di un’esigenza di rinnovamento dell’intero consorzio umano. L’idolatria del mezzo di spostamento, la macchina dunque come resa al modernismo, si coniuga con l’obiettivo di fondo della pittura futurista: “Uccidere la Luna” come scrive Tommaso Marinetti nel 1909, significa contrastare ogni forma di passatismo culturale, legato alla tradizione classicista ed accademica, rinnovando il linguaggio artistico alla luce della modernità di cui l’automobile assolve il valore emblematico. Questa corrente (primo movimento tutto italiano, cui aderiscono di fatto oltre a pittori, scultori ed illustratori, anche letterati, musicisti e musicologi, architetti, danzatori, fotografi, cineasti, registi e persino gastronomi) subisce un radicale rallentamento dopo la fine della Grande Guerra, quando inizia a perdere la coesione iniziale e a frammentarsi in una serie di espressioni locali. Alla morte di Marinetti nel 1944, molti di questi artisti entrano nel cono d’ombra provocato dall’arrivo di altri lessici nel frattempo mutuati da manifesti stranieri, oscurati dal sospetto di fiancheggiamento con il regime fascista. A partire dagli anni Cinquanta alcuni altri pittori si avvicinano al linguaggio futurista, rivisitando le tematiche dei primi anni del movimento, come il paesaggio urbano e il ritratto. Si susseguono poi, a partire dai primi anni Sessanta e per tutta la durata degli anni Ottanta, numerose e convulse produzioni ad opera di artisti epigoni che rivisitano le tematiche assimilate e assimilabili alla realtà metropolitana di quegli anni fecondi del Futurismo.

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