ALESSANDRO LONGOBARDI: ARMOCROMIE ANIMISTE

Le radici storiche della pittura animista sono remote e risalgono alle antiche pitture rupestri dell’era preistorica, realizzate sulle pareti rocciose. L’artista contemporaneo, che si lascia ispirare anche dall’energia animista non dipinge un’immagine fine a se stessa e non immortala qualcosa come semplice descrizione a se stante, ma si spinge potentemente verso un’altra contestualizzazione, si dirige verso un oltre, verso uno stargate, che alimenta una ramificazione energetica invisibile, ma altrettanto percepibile. Si tratta di un linguaggio visivo cifrato, che l’artista diffonde come proprio medium precipuo. Nella storia dell’arte le correnti espressioniste, simboliste e primitiviste hanno esaltato, mediante e tramite il colore e la tavolozza cromatica, questo potenziale di essenza, che supera e oltrepassa l’apparenza reale e realistica. “Alessandro Longobardi si pone efficacemente in linea con questo percorso, acquisendo una lodevole e ammirevole vocazione animista, che viene esaltata in maniera funzionale e polifunzionale anche con il colore e le combinazioni di armocromia, pur restando sempre liberamente avulso e scevro da conformismi statici e da ideali conformanti e conformativi stabiliti a priori“. Così interviene la dottoressa Elena Gollini nello spiegare nel merito questa predisposizione connotativa dell’arte di Longobardi.

L’ORIGINE DI TUTTO
Febbraio 2026, tecnica mista su tela, 70x50cm (80x60cm con cornice decorata dall’artista)

E continuando nell’argomentazione discorsiva rimarca alcuni fattori salienti della sua impaginazione e formulazione animista: “La forma mentis cromatica di Alessandro va inquadrata all’interno di una sua concezione e di un coacervo di idee, che fluttuano nel moto dell’anima producendo poi gli impulsi creativi di combinazione e sovrapposizione tonale, dove si può cogliere da subito la corposità e la vividezza della tavolozza e dove scompare e appare tutto quanto contestualmente, in base all’angolazione ottica e alla predisposizione visiva. In questa fruizione creativa di ricerca Alessandro consente a se stesso e all’osservatore di connettersi con un’energia universale, che scaturisce direttamente dalla lavorazione della materia pittorica e dall’intreccio colorato, evitando e rifiutando di porre in essere una pittura meramente decorativa e descrittiva. Ciò che viene evocato possiede dunque un eco insitamente sotteso e subliminale di profonda e intensa empatia spirituale, che non ha bisogno di essere palesata, perché affiora man mano sulla superficie e si espande, si sprigiona come un’entità interattiva. Si trovano quindi più piani e più livelli da poter attentamente valutare, che possiedono una modulazione sempre differenziata e variabile, a seconda dell’impronta che Alessandro desidera fare risaltare come messaggio e come contenuto sostanziale principale. Pur non appartenendo alla corrente e al movimento animista in senso stretto, Alessandro si orienta e si canalizza verso una sua libera rivisitazione, accogliendo una percezione in sintonia con un fare arte canalizzato a valorizzare e avvalorare l’energia vitale e la presenza spirituale di tutto ciò che proviene dalla sua sperimentazione, per stabilire un contatto intimo e intimista, all’insegna di una pittura emozionale e di una volontà di ritrarre e raffigurare la propria anima all’interno della sua produzione, instaurando un’ambivalenza espressiva. Nel linguaggio artistico saper introdurre l’elemento emotivo è una chiave per ottenere ancora più benessere mentale e psicologico e per sentirsi pienamente realizzati. Alessandro quando dipinge ottempera a questa sua esigenza e necessità di beneficio, anche in virtù proprio di questa armocromia e cromoterapia animista. Chi come lui non obbedisce e non si lascia sopraffare da niente e da nessuno, se non da questo bisogno viscerale, acquisisce ancora più sicurezza e fermezza e la trasmette senza riserve. Ecco, perché anche nelle rappresentazioni dove sembra dominare una sorta di caos disordinato, Alessandro ha invece posto in essere un proprio ordine nel disordine, una propria sorprendente riflessione animista, che segue rotte misteriose proiettate a confluire dentro l’anima universale”.

Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo ed ostile e noi” (Pablo Picasso).

La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto” (Pablo Picasso).

 

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