ALESSANDRO LONGOBARDI: RIFLESSI DI SIMBOLISMO NON CONVENZIONALE

La storia dell’arte è costellata da simbolismi e da simbologie, che entrano in maniera più o meno esplicita e più o meno evidente e manifesta all’interno delle strutture compositive e diventano parte integrante per una compartecipazione ancora più articolata e sfaccettata da parte del fruitore spettatore. I simbolismi e le simbologie vengono da sempre concepiti come rafforzativi fondamentali e compongono un vero e proprio mare magnum eterogeneo dal quale poter attingere. La visionarietà simbolica e simbolista di rimando appartiene anche alla dimensione onirica del sogno, dove realtà e fantasia vengono quasi a coincidere ed entrambe concorrono parimenti a sviluppare un pensiero pulsante e vibrante, che negli artisti si traduce in una vena creativa costante e continua. Senza dubbio, questa ispirazione derivante da riflessi caleidoscopici di simbolismi e di simbologie appartiene alla proiezione pittorica di Alessandro Longobardi, che nella sua convinzione motivazionale di anticonformismo indipendente, non si accosta in maniera ridondante, ma escogita invece una sua propria tecnica simbolista, dove sperimenta quasi giocosamente, senza freni e meccanismi contenitivi, per arrivare ad una sintesi ottimale di resa di insieme.

PRIMO – 2025, tecnica mista su tela

La dottoressa Elena Gollini ha voluto analizzare nel merito questa componente caratteristica: “Se Alessandro dovesse fare riferimento a un codice e a un registro semantico specifico connesso all’universo simbolico e simbolista, senza dubbio troverebbe delle difficoltà essendo lui uno spirito creativo libero per antonomasia. Ecco dunque, che la sua proliferazione simbolica e simbolista trova origine da quanto gli viene suggerito e inculcato da un intento alternativo, nel quale prevale la capacità di guardarsi dentro e mettersi a nudo completamente, faccia a faccia con se stesso, le proprie consapevolezze, le ambizioni, le aspirazioni, le speranze fiduciose. Ma di contro, anche con le proprie paure, fragilità e insicurezze, i dubbi e le incertezze latenti e velate, le remore e le inibizioni ancora inespresse. Pertanto, non troveremo mai uno schema fisso e predefinito derivante dal circuito canonico dei simbolismi e delle simbologie. Ogni richiamo allusivo sarà sempre avvolto da una cornice di non del tutto detto e di non del tutto rivelato, che diventa per lui anche ludicamente stuzzicante nel voler conservare sempre una parte di lettura enigmatica. Chi si pone come Alessandro compie un passo avanti qualificante, poiché comprende che l’evoluzione positiva di un artista consiste non nel dare voce a ciò che viene già consolidato e radicato, limitandosi a un riutilizzo semplice e semplicistico, ma piuttosto invece nel mettere a buon frutto ciò che viene trasferito e tramandato individuando una dialettica genetica trasformista e trasformativa. Non limitiamoci mai a osservare i suoi quadri con occhio fugace e sguardo marginale, perché in ogni dettaglio e in ogni minuzioso particolare si racchiude un quid da interpretare. Alessandro insegna a se stesso una personale soggettiva padronanza reattiva, attraverso la quale domina il cosiddetto angolo oscuro e ombroso, aprendosi in toto all’esperienza simbolica e simbolista. Al contempo, l’insegnamento guida rivolto a se stesso lo imprime dentro le sue narrazioni, dove la materia pittorica si impregna e si imbeve di un humus fertile e fecondo, diventando un unicum con la sua carne e il suo spirito”.

Un’opera d’arte è superiore soltanto se è nello stesso tempo un simbolo e l’espressione esatta di una realtà” (Guy de Maupassant).

L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non lo è” (Paul Klee).

 

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